Articolo pubblicato su ilchiostro.it
A 101 anni dalla scomparsa, il significato profondo e la testimonianza di fede della sua nascita al Cielo
di Alessandro Greco
Sono passati 101 anni dal 4 luglio 1925, giorno della morte di Pier Giorgio Frassati. Esattamente due anni fa si apriva l’anno del centenario, al termine del quale il giovane torinese è stato canonizzato da Papa Leone XIV. Da tanti anni la data del 4 luglio è significativa per molti, persone legate a Pier Giorgio e alla sua eredità come giovane del suo tempo, ma anche un po’ del nostro.
Quanto è significativa la scelta da parte della Chiesa cattolica di ricordare i santi il giorno della loro morte! Leggiamo dai documenti del Concilio: “Nel giorno natalizio dei santi infatti la Chiesa proclama il mistero pasquale realizzato in essi, che hanno sofferto con Cristo e con lui sono glorificati; propone ai fedeli i loro esempi che attraggono tutti al Padre per mezzo di Cristo; e implora per i loro meriti i benefici di Dio.” (Sacrosanctum Concilium, 104). E la morte di Pier Giorgio ci dice davvero tanto, ci interroga, ci provoca, ci esorta verso una prospettiva escatologica radicata nella nostra vita. Perché se è vero che tutti si muore, si può morire in modi molto diversi, posando lo sguardo su orizzonti diversi.
Pier Giorgio trascorse gli ultimi giorni nella sua casa di corso Galileo Ferraris 70. Grazie alle pagine del volume della sorella Luciana, Una vita mai spenta, possiamo immaginare Pier Giorgio nel corso dei suoi ultimi sette giorni, alle prese con i sintomi di una poliomielite fulminante che stava minando rapidamente il suo fisico. Nonostante il forte dolore, Pier Giorgio cercò costantemente di non farsi notare, desiderando che i suoi cari non distogliessero lo sguardo dalla nonna ormai in fin di vita, poiché temeva di «recare disturbo». Inoltre, le iniziali valutazioni fin troppo ottimistiche espresse dal medico curante non permisero ai familiari di comprendere la reale gravità della situazione del giovane. L'ultima volta che egli varcò la soglia di casa fu il 30 giugno, quando fece ritorno da una gita in barca sul Po insolitamente spossato e sostenendosi con un bastone. L'indomani, il 1° luglio, si spense la nonna in una camera adiacente alla sua; il 3 luglio i parenti si spostarono a Pollone per le esequie, con l'eccezione di Adelaide che, sfinita dal calvario e dal lutto materno, restò a Torino insieme a Pier Giorgio. Fu proprio in quel giorno già così doloroso che i familiari appresero la reale entità delle sue condizioni cliniche.
A quel punto la famiglia si attivò con la massima urgenza nel tentativo di salvarlo: vennero chiamati al capezzale i più illustri specialisti torinesi, ma ogni sforzo si rivelò vano. Il corpo di Pier Giorgio stava andando incontro a una progressiva e inarrestabile paralisi. Tra gli ultimi gesti compiuti prima di morire, resta memorabile il biglietto redatto con immenso sforzo e destinato a un confratello della San Vincenzo; la nota conteneva indicazioni sanitarie ed economiche per assistere due dei "suoi" bisognosi, menzionati specificamente per nome. Sul comodino rimase inoltre aperto il volume sulla vita di santa Caterina da Siena, l'ultima lettura a cui Pier Giorgio aveva provato a dedicarsi.
Ed ecco che la morte di Pier Giorgio è testimonianza di fede tanto quanto la sua vita. La lapide commemorativa che troviamo sul muro di casa sua si chiude con le parole «la gioia del suo morire». Al termine di una vita donata gratuitamente perché gratuitamente ricevuta, la morte è una morte gioiosa, perché sa di ricongiungimento. Pier Giorgio, d'altronde, aveva confidato a un amico: «Il giorno della mia morte sarà il più bello della mia vita».